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mercoledì 3 settembre 2014

[i Peloserrimi] King Kong

di Peter Jackson
con Naomi Watts, Jack Black, Andy Serkis, Adrien Brody


Nel mio caso rientra tra quei classici film che non si riescono mai a vedere tutti-tutti dall'inizio alla fine, vuoi per mera casualità, vuoi per attenzione venuta meno in corso di visione.
Ieri l'hanno passato su Rete4 e per l'ennesima volta ne ho mancato l'incipit, non sapendo neppure che il film rientrasse nella programmazione, nonchè diverse scene intermedie per non essere tornato davanti alla TV per tempo dopo la pubblicità, ma in compenso ho recuperato la parte conclusiva ambientata a Manhattan.
Nell'ultima scena, davanti al cadavere della bestia, un giornalista si chiede come mai si fosse arrampicata su un grattacielo, di fatto impedendosi qualunque via di fuga, come se facesse un'osservazione in qualche modo significativa - trattandosi di una scimmia, abituata per sua natura a trovare rifugio sui rami sopraelevati degli alberi, dovrebbe essere banale riconoscere un'iniziativa dettata dal mero istinto animale di quella specie.
Poi sbuca l'insopportabile Jack Black e proclama che la bestia non è stata uccisa dagli aeroplani, bensì dalla bella, e partono i titoli di coda.
Temo perciò che la morale della favola mi sia proprio sfuggita.
In compenso ho notato che delle tre ore del film almeno una sarà consistita di soli primi piani di Naomi Watts a bocca socchiusa, con un'espressione assorta tra meraviglia, stupore e paura - bellissimo viso e mimica facciale il più delle volte anche consona alle situazioni, ma il regista s'è davvero lasciato prendere la mano, e per dimostrare che non si fa tanto per dire allego eloquenti prove fotografiche.




domenica 10 agosto 2014

[Filmerrimi di mezza estate - 3a parte]
The Counselor - Il Procuratore

diretto da Ridley Scott, scritto da Cormack McCarty
con Michael Fessbender, Javier Bardem, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penelope Cruz



Ne avevo letto piuttosto male e dopo l'immondo Prometheus ero pronto ad aspettarmi il peggio da Ridley Scott, invece devo dire che il film ha il suo perchè.
Certo, in quanto a plot è esilissimo; il tutto sommato banale affare di droga andato storto tra l'innominato Avvocato (in società con due eccentrici poco di buono) ed il cartello messicano è solo uno sfondo, abbastanza fumoso perchè interrogarsi sui molti dettagli omessi risulti tanto inevitabile quanto superfluo.
I dialoghi di Cormac McCarty sono la vera attrazione, nonchè il gioco di prestigio che distoglie abilmente dalla sceneggiatura stessa, traballante e con qualche caduta ogni tanto - ma è un gran bel venire raggirati. Quasi tutti i personaggi sono sornioni affabulatori che non lesinano su fascinose osservazioni filosofiche, toni profetici e battute ad effetto, ma i protagonisti in particolare, quando si passa all'agire, risultano troppo poco preparati e pronti alle preventivabili conseguenze nefaste della situazione in cui si sono scientemente infilati, e anche nei casi di mefistofelica scaltrezza appaiono comunque tremendamente isolati nelle proprie iniziative - difficile non vederci una comoda semplificazione narrativa ben prima che un qualcosa di ricercato.
Tra le due attrici principali spicca giocoforza Cameron Diaz; i suoi lineamenti fattisi più marcati con l'età ben si abbinano al ruolo più sovraccarico del film, a cui sono dedicate certe ampie digressioni di pura caratterizzazione - la famigerata scena della macchina è in effetti una baracconata assurda, ma l'azzeccata descrizione con cui l'accompagna Reiner\Bardem esplicita una (auto)consapevolezza in qualche modo riabilitante.
L'impatto scenico della dettagliata ma stilosa rappresentazione della violenza e certe escursioni visive nell'indifferente, rude bellezza della natura si fanno apprezzare, in linea con la cruda poetica dell'autore di riferimento.


venerdì 8 agosto 2014

[Filmerrimi di mezza estate - 2a parte]
The Wolf of Wall Street

regia di Martin Scorsese
con Leonardo di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey


The Wolf of Wall Street è molto simile per scopo ed impostazione ad altri celeberrimi film di Scorsese (Quei Bravi Ragazzi, Casinò); la voce fuoricampo dedita ad infrangere la quarta barriera è quella del protagonista, il broker truffatore Jordan Belfort interpretato da un Di Caprio caricato a molla ma rimasto all'asciutto di statuette, ed il focus più che su una vera e propria trama è posto sulla pura rappresentazione, sempre in bilico tra l'amorale descrizione ed un'apologia dell'immoralità che a sua volta lascia indecisi su quanto sia effetto inevitabile dell'estetica cinematografica e quanto invece un'intenzionale strizzata d'occhio, sempre che le due cose possano scindersi.
Rispetto a quello della mafia, il mondo della finanza non offre l'intrinseco mordente dell'esercizio sistematico della violenza e del relativo rischio paranoide di finire morti ammazzati da un giorno all'altro per mano tanto dei nemici quanto dei conoscenti di una vita, per cui TWOWS (urgh) spinge davvero forte su droga, sesso e rock 'n' roll, solo con spudorati  funambolismi borsistici ed esaltatissimi discorsi motivazionali al posto degli assoli di chitarra elettrica in ginocchio sul palco a petto nudo.
Se le malefatte dei criminali violenti erano giocoforza brutalmente tangibili, in questo caso si tratta di cattive condotte ben più astratte, in buona parte persino entro i confini tecnici della legalità, e delle vite rovinate dalle speculazioni senza scrupolo non è mai data evidenza; azioni e conseguenze appartengono a due mondi diversi che non entrano in contatto - il che può considerarsi anche più inquietante e disturbante, o magari in fondo solo meno avvincente.
L'organo eccessivamente stimolato si dice diventi insensibile; qua siamo ben lontani da poter arrivare all'apatia ma nel corso di tre lunghe ore la martellante ciclicità di orge, lussi sfrenati e deliri di onnipotenza via via tende un po' a fiaccare lo spirito dello spettatore, anche perchè in pratica non c'è progressione, ci si tiene più o meno sempre sullo stesso sostenuto livello di allegra depravazione, con flashforward di cocaina somministrata per via anale e di pompini a bordo di Lamborghini in corsa anche nella brevissima fase iniziale di ascesa al successo, per finire con una parabola discendente altrettanto corta e morbida.
Non per mettere in discussione la prestazione degli attori e del regista, ma ad essere sinceri, se per me è davvero facile rimanere invischiato per l'ennesima volta nelle peripezie di Ray Liotta e Joe Pesci quando le passano in TV, anche solo per la durata di qualche scena... a caldo\tiepido, questo è invece un film che potrei fare molto volentieri a meno di rivedere una seconda volta in qualsiasi sua parte - salve forse il divertente momento di Matthew McConaughey, che può considerarsi un 'highlight' più di altri maggiormente spinti o insistiti.


giovedì 7 agosto 2014

Filmerrimi di mezza estate - 1a parte

LAST VEGAS
di Jon Turteltaub, con Michael Douglas, Robert DeNiro, Kevin Kline, Morgan Freeman, Mary Steenburgen 


E' stato descritto un po' ovunque come la versione geriatrica di The Hangover \ Una notte da leoni; in effetti, a parità d'addio al celibato in trasferta, di situazioni più o meno surreali ed eccessive qua in pratica non c'è traccia, è tutto molto assennato, prevedibile e politicamente corretto.
Douglas e DeNiro vivono da nemiciamici dei piccoli, grandi drammi sentimentali a lieto fine, Kline e Freeman la buttano più sulla simpatia, uno alla ricerca di avventure armato di viagra, preservativo e licenza di usarli accordatagli dalla moglie, l'altro interessato ad incursioni nel gioco d'azzardo e nella disco dance.
Tra una battuta sulle emorrodi ed una sulla prostata malandata, piccole trasgressioni da fiction in prima serata con target dai sessanta in su, un giovinastro d'oggi messo al proprio posto (ma senza rancore e dispensato di buoni consigli) ed una ben poco riuscita gag della serie "giochiamo a fingerci pezzi grossi della mafia"... alla fine si ride ben poco, scappa giusto qualche mezzo sorriso più per dovere che per piacere.
La commedia è forse fin troppo garbata e di sicuro troppo poco brillante, ma non mette affatto di cattivo umore; sarà banale ribadirlo ma veder interagire con fare divertito dei grandi attori come questi rimane pur sempre gradevole, a prescindere dalla frivola occasione che li vede riuniti.



ROBOCOP
di José Padilha, con Joel Kinnaman, Gary Oldman, Michael Keaton, Samuel L. Jackson


Non sono poi un gran tifoso dell'originale ma il remake\reboot\whatever m'ha facilmente convinto che la versione del 1987 rendesse miglior giustizia alla storia di metamorfosi e vendetta di Alex Murphy sia sul piano emozionale, sia dal punto di vista del trucido divertissement qua in massima parte venuto meno.
Sono stati buttati nel calderone l'impiego dei robot nella 'guerra globale preventiva' al terrorismo, un Samuel Jackson tele-predicatore politico che spinge per l'estensione del ruolo dei robot al mantenimento dell'ordine pubblico su suolo americano ed una serie di nuove problematiche etico-scientifiche nella fase progettuale di bilanciamento tra la natura umana e di macchina di RoboCop (che portano a concetti intellettualoidi come un'illusione di libero arbitrio artificialmente architettata) - rimangono spunti interessanti più nella teoria che nella pratica, ed il film risulta irrimediabilmente privo di verve e di carisma in generale; pur spogliato un po' di qualsiasi caratteristica rendesse 'cult' un film come l'originale, rimane tutto sommato ben guardabile senza (in)sofferenze.



ALL IS LOST - TUTTO E' PERDUTO
di J.C. Chandor, con Robert Redford


Film prettamente descrittivo di una disgrazia in alto mare; l'Uomo, personaggio senza nome interpretato dall'aitante settantasettenne Robert Redford, impegnato per un'imprecisata motivazione in una traversata oceanica in solitaria, al risveglio scopre l'imbarcazione semiallagata a seguito di un'imponderabile collisione. Si assiste dapprima a pazienti procedure di valutazione dei danni, riparazione della grossa falla nello scafo, pompaggio dell'acqua con una leva di fortuna e tentata riattivazione di un radio fradicia che non ne vuol più sapere di funzionare; poi in pieno accordo con legge di Murphy si scatena la tempesta del secolo, che evolve una condizione già abbastanza precaria in una vera e propria lotta per la sopravvivenza.
Senza troppa fantasia, rappresentato in bello stile e con sobria, a tratti quasi didattica dovizia di particolari, succederà esattamente quanto ci s'aspetta potrebbe succedere - mentre il protagonista l'affronterà con metodo e sangue freddo, lo spettatore in attesa della catarsi difficilmente correrà il rischio d'annoiarsi, imbrigliato suo malgrado in una classica situazione tanto avventurosa quanto chiusa a sviluppi sorprendenti.
Laddove in uno scenario reale si potrebbe facilmente immaginare la fiera del turpiloquio contro il destino cinico e baro, il film si svolge quasi per intero in religioso silenzio - ciò ha rimosso alla radice l'evenienza d'un cattivo monologare di continua ribaditura dell'ovvio e contribuisce al carisma di un protagonista che alle doti di risolutezza ed esperienza può aggiungere un aplomb da perfetto gentleman.


martedì 10 dicembre 2013

Man of Steel


Il Superman del 2013 inizia su Kripton in modo molto intimistico: un quintale di computer grafica tra astronavi in stile Halo, esplosioni, cavalcature volanti e scazzottate assortite, con protagonista il gladiatorico papà Russel Crowe.

giovedì 28 novembre 2013

After Earth

metaforica immagine in cui Jaden Smith interpreta il film e Will Smith lo spettatore

Dopo Pacific Rim ho fatto l'errore di sciropparmi un altro film di fantascienza recente; che potesse essere un errore l'ho cominciato a realizzare appena partito l'ulteriore spiegone dell'antefatto tramite voce fuori campo.

lunedì 18 novembre 2013

Pacific Rim


Il fulcro di un film su robot giganti che picchiano mostri giganti sono le scene in cui i robot giganti picchiano i mostri giganti, ok, ma il contorno di Pacific Rim riesce comunque a farmi sollevare un ancellottiano sopracciglio per quanto sia costantemente privo di qualsivoglia guizzo e si accontenti più o meno involontariamente di sposare la politica a basso rischio del non far né ridere, né piangere.

giovedì 15 settembre 2011

[i bellerrimi] Super 8

Ti riporta indietro di vent'anni a quei film fine anni ottanta, buonisti, oggi prevedibilissimi, quindi scontati e forse piacevoli proprio per quel motivo.

lunedì 1 agosto 2011

[Filmerrimi] Coming soon: cinema autunno 2011/inverno 2012




Aiutato dallo speciale della rivista Ciak 100 film della prossima stagione, un breve elenco di quelli che mi sono saltati all’occhio mentre la sfogliavo. Riportati di seguito rapidamente tra il serio e il (molto brutto) faceto.



mercoledì 13 luglio 2011

Filmerrimi d'una notte di mezza estate

Per qualche oscuro motivo, m'è venuta la geniale idea di guardare dei film su PSP, con tutto lo sbattimento che la codifica dei video comporta.
E poi di raccontarli, così almeno voi che siete in tempo potete evitare di vederli.

Bitch Slap
Tre manze a bordo di un'auto stanno cercando qualcosa di sepolto in uno di quei bei deserti americani da cartolina.
La tamarra, la spogliarellista svampita e la business-woman scendono dalla cadillac. Zoom sulle tette. Da dentro il cofano tirano fuori Iolao, in perizoma tigrato. Per fargli vuotare il sacco su dove ha nascosto il suo bottino segreto, la tamarra sale in cattedra e nell'ordine gli strizza i cojones, gli chiude la mano nello sportello del cofano e gli pianta una pallottola nei medesimi cojones. Delusa dal fatto che facendogli vuotare quel sacco lì  ha portato allo scoperto solo i poveri gioielli di famiglia del malcapitato, poi gli spara anche in testa. Zoom sulle tette omicide. Le tre prendono così a scavare a casaccio nella zona. Zoom sulle tette impolverate. Sotto tre centimetri di terriccio rinvengono il cadavere in putrefazione di Hercules.

domenica 23 gennaio 2011

[Filmerrimi] Hereafter


Di Clint Eastwood  è il racconto di tre storie legate alla morte che...

venerdì 16 luglio 2010

[I Bellerrimi] Toy Story 3(D) - La grande fuga


L’ho visto oggi al cinema. Provo a scrivere due righe a caldo ed esprimere un parere strettamente personale.

Pixar sempre grandiosa a partire dal favoloso nuovo corto che anticipa il film, fino ai titoli di coda. Spettacolari le scene d’azione messe in atto dai giocattoli che raggiungono le solite vette d’eccellenza dal lato della caratterizzazione, con in più un deciso passo avanti riguardo la verosimiglianza dei personaggi umani animati. Insomma una Pixar da ammirare e applaudire perché capace di migliorarsi ad ogni uscita e di non deludere mai. Almeno dal lato tecnico e prettamente legato alla meraviglia che si può provare durante la visione dei suoi lavori.

Sul film in quanto "opera cinematografica" invece qualche disappunto si può riportare; due per la precisione.
Il primo sulla trama poco incisiva, ormai abusata considerando che siamo al terzo giro in sella al tema legato all’abbandono, volontario o accidentale che sia. Un timore da parte dei protagonisti trattato in ogni forma durante le due precedenti edizioni; ripartire nuovamente battendo quel tasto smorza un po' la sorpresa che di solito nella visione di un film Pixar è parte integrante del piacere. In pratica non ha (quasi) niente da raccontare e la sua presenza è utile solo per unire le varie (ottime) scene d’azione, (divertenti) gag e… (ahimè) atti di vero "dramma" (tutto rigorosamente virgolettato).

lunedì 9 novembre 2009

[I Mediocrerrimi] Jack Black il cavernicolo

Anche al cinema come nel videoludo ci si imbatte spesso e volentieri in cocenti delusioni. Non basta mettere insieme il meglio di un determinato campo per ottenere automaticamente un risultato degno dei protagonisti coinvolti. È il caso di Year One (Anno Uno in Italia). Si tratta di una commedia interpretata da Jack Black e il giovine Michael Cera, diretta da Harold Ramis (sceneggiatore di Ghostbusters, Ricomincio da capo con il “nostro” Bill Murray) . Il film racconta le vicissitudini di due cavernicoli che dopo essere stati cacciati dal loro villaggio, iniziano un viaggio alla scoperta del mondo preistorico. Incontreranno personaggi della bibbia come Caino il malefico e Abramo il cacciatore di prepuzi; combatteranno contro assurdità religiose sentite come tali anche alle origini e lo faranno cercando di far sorridere lo spettatore con un umorismo goliardico. Alcune gag funzionano (vedi trailer, stanno tutte lì), altre - la maggior parte purtroppo - vanno dall’imbarazzante al pessimo. Considerando i personaggi coinvolti, la sceneggiatura e lo sforzo di produzione che s’intravede dietro scenografie e cammei, il risultato avrebbe dovuto brillare, come minimo. In realtà appare tutto piuttosto forzato, papere – cartina tornasole - nei titoli di coda comprese. Jack Black tenta con tutto se stesso di apparire spiritoso, in parte ci riesce, in parte le sue caricature appaiono fuori contesto oltre che abusate. Fra una castroneria e l’altra prova persino a trasmettere un messaggio di ribellione dalle convenzioni, ma anche in questo caso il risultato è blando oltre che inviato con una demagogia che non gli si addice.
Nel complesso il film somiglia – con accezione negativa - a un cinepanettone italiano con un Boldi De Sica, a cui sembra “copiare” in toto lo schema a episodi e persino alcune trovate disgustose. Peccato, davvero. I fan di Black, di Ramis o della semplice commedia aMMeriKana, avrebbero meritato di più, molto di più. Non è un film sconsigliato a priori, ma da vedere solo se capita l’occasione.

martedì 29 settembre 2009

District 9: immigrati alieni del terzo universo



Quanto segue è ciò che racconta cos’è in sostanza District 9, qualsiasi altro dettaglio sarebbe spoiler molesto. A dirla tutta siamo già leggermente oltre il limite, ma sarebbe stato impossibile tacere sull’elenco della molta carne al fuoco presente, a meno di non voler parlare in nessun modo del film. Se v’ispira evitate il post e piazzatevi davanti allo schermo. Non vi ritroverete il capolavoro che il trailer suggerisce e forse, considerando la particolarità, potrebbe non rientrare neanche nella top venti dei vostri film preferiti. Però merita ugualmente perché ha quel sapore diverso che molti di noi hanno bisogno di sentire. Per avere un termine di paragone ignorante, come tipologia di prodotto non è dissimile da 28 giorni dopo di Danny Boyle; c’è chi lo ama e chi lo disprezza, chi ci vede riferimenti positivi che altri non gli riconoscono. Anche District 9 è un film per palati grossi o palati fini, in ogni caso meritevole di degustazione.

(si parte senza preamboli)  
toh, un documentario alla Report che simula le cattive condizioni di vita degli immigrati alieni relegati nelle baraccopoli del Distretto 9
(dopo quindici minuti)  
ah no, è un horror splatter... mii tutto sangue e budella.
(dopo quarantacinque) 
l’emorragia è finita... almeno quella ematica. Caspita che lacrimoni, ma allora è un “drama”…
(1h)  
thriller drama, chissà come ne vien fuori, mo’ so razzi sua…
(passata l’ora)  
no, spe che fanno, sparano? Ma quanto sparano… fiquo però… guarda che roba, manco coi giochini…
(prima che finisca)  
ma che è in loop? Ripassano tutte le versioni offerte finora… e adesso  che ci scrivo di fianco alla voce relativa al genere? Horror, giornalistico, sci-fi, drama, action...?

District 9 è l’opera prima di Neill Blomkamp, prodotto da Peter Jackson. La pellicola ricalca in pieno la sua natura di prodotto acerbo mostrando piacevoli novità offerte da una visione delle cose al di fuori dei canoni, ma anche i difetti generati dall’inesperienza. Il più evidente è l’incapacità di amalgamare tutte le diverse situazioni che mette in campo, creando una miscela più grassa del dovuto, ma meno sostanziosa. Ad esempio il sistema di telecamere a mano che simulano le riprese tv sono un’ottima idea realizzata a modo; il problema nasce dal suo abuso che confonde lo spettatore nel momento in cui è costretto a vivere le sorti del protagonista guardando attraverso un occhio, che per ovvie ragioni non può essere sempre lo stesso (quando il protagonista rimane da solo il cameraman non è presente eppure lo stile “steadycam” utilizzato è il medesimo). La situazione che vede gli alieni vittime della temibile “bontà” umana è raccontata in maniera sufficientemente credibile. L’ironia che ogni tanto fa capolino nelle scene è amara come poche, in alcuni casi al limite del disturbo. Il merito risiede anche nella realizzazione dei gamberoni perseguitati, talmente perfetta che appare indistinguibile dalla realtà che li circonda. Il paradosso è che tanta verosimiglianza sminuisce il lavoro che è stato fatto per ottenerla, poiché la loro presenza in scena sembra “normale”. Questa sorta di difetto causato da una realizzazione eccellente, si scontra anche con eventuali termini di paragone suggeriti dai soprusi. Per capirci, mentre scorrono le immagini iniziali la mente si sposta a fatti reali cercando riferimenti che chiaramente non coincidono, poiché quella situazione è LA situazione dei gamberoni, la loro (ir)reale tragica situazione e di nessun altro

Il film scorre dall’inizio alla fine e, cosa più importante, lascia una traccia dentro di noi. Non profondissima e non grazie alle tematiche trattate (che a dirla tutta spesso appaiono incidentali e al servizio del resto) o scolpita dagli ottimi effetti speciali (interessantissimi a prescindere per un videogiocatore), ma dalla particolarità dell’insieme. District 9 non fa il botto, ma dice la sua e a modo. In mezzo a tanto pattume che mensilmente ci viene rifilato da tv e sale dal costo del biglietto sempre più oneroso, non si può che premiarlo dedicandogli le quasi due ore che gli occorrono per raccontarsi. E poi altri dieci minuti per mettere insieme tutti i pezzi.

Voto 7.99 euro

venerdì 29 maggio 2009

[I Bellerrimi] L'agente Smart di Peter Segal

Get Smart (Agente Smart: Casino Totale nell'orrenda localizzazione italiana) è una parodia sugli agenti segreti ispirata alla serie tv creata da Mel Brooks. Come film a basso costo emotivo centra in pieno il bersaglio, generando buon umore e sorrisi grazie a battute leggere e mai eccessivamente volgari (come possono essere quelle offerte dal sarcasmo tagliente del più famoso Austin Power), ma neanche così "soft" da rischiare l'etichetta di mero film per teenager (a.k.a. Spy Kids di Rodriguez). Al suo interno fa bella mostra di se una giusta quantità d'umorismo e azione, con la prima stracolma di trovate originali (alcune degne d'entrare nell'antologia del cinema) e la seconda in grado di ricordare quella di un blasonato 007 (salti nel vuoto, sparatorie ed esplosioni di rito). Attori simpatici che offrono interpretazioni apparentemente svogliate, per una volta in sintonia con lo spirito della pellicola. Su tutti "spicca" l'anonimo protagonista Steve Carell coadiuvato dalla splendida Anne Hathaway e poi tanti comprimari maggiormente conosciuti dal grande pubblico come The Rock, Alan Arkin, Terence Stamp a fare da spalla insieme ad alcune comparsate come i tre secondi del Bill Murray nostrano, citato più di chiunque altro e ormai beniamino del Wonderlad Tavern. A completare il quadro dei protagonisti il regista Peter Segal (Una pallottola spuntata 33 1/2 e lo splendido 50 First Date).
Dopo tante pellicole piene di riserve più o meno importanti è finalmente arrivato un Bellerrimo che è possibile definire tale senza remore, soprattutto perché raggiunge quel medio grado d'eccellenza che si era prefissato. Se avete voglia di sorridere con un film leggero e assolutamente ben fatto, non vi resta che averci a che fare.

Nota
Come ripetuto più volte nei post dedicati, evitate i trailer maledettamente spoilerosi. Ancor più quelli legati ai film comici. Una battuta per natura è unica, tempestiva e irripetibile (a meno che si tratti di un tormentone, anche se sfruttato poche volte nello spazio ristretto di un film). Un'anteprima non vi servirebbe a niente perché una volta sentita – e di solito chi le monta ama mettere sempre e solo le più divertenti - risulterà irrimediabilmente bruciata.

lunedì 25 maggio 2009

[Filmerrimi] L'Enterprise cinematografica del 2009

L'ultimo film legato alla serie Star Trek fa del paradosso temporale la sua principale caratteristica, sia nella trama che nell'impianto offrendo un prequel "avanti" tecnologicamente anni luce dalla prima trasposizione cinematografica. La principale chiave di lettura per analizzare un film del genere può essere trovata nel fanatismo dei suoi fruitori. Non perché i dissensi trekkiani (sì, hanno pure un nome) offrano la verità assoluta sul risultato finale o perché l'approvazione dei più contentabili seguaci di J.J. Abrams (alias Lost) si genuflettano di fronte a qualsiasi lavoro del loro guru, ma solo perché nel coro che ciancia su questo titolo utilizzano una tonalità più alta, quindi – in un certo senso – sono le voci con più peso, da tenere in maggior considerazione. La situazione particolare di queste due fazioni è che, nonostante sembrino offrire un quadro diametralmente opposto - trekkiani "pù, cacca", abramsiani "ua, figherrimo" - riescono ad avere ragione entrambe. Star Trek "undici" non riflette la filosofia che ha contraddistinto la famosa serie originale essendo pieno d'incongruenze, palesi anche senza analizzare nel dettaglio i paradossi causati dall'apparentemente maldestra sceneggiatura, ma proprio per questo offre una brillantezza che la serie originale non è mai riuscita ad avere o forse non ha mai cercato. D'altro canto l'azione scoppiettante e surreale offerta dal tipico Entertainment Hollywoodiano è simile a quella tanto cara al regista produttore di famose serie tv, con protagonisti immortali e costretti a catturare l'attenzione dello spettatore attraverso i modi bizzarri in cui salveranno le proprie chiappe piuttosto che sul timore per loro incolumità. E funzionerebbe se non si scontrasse con la difficoltà di ottenere una varietà di situazioni tali da non apparire ridondanti, come dimostra l'esempio classico di un protagonista sospeso nel baratro, però in questo caso in "sette baratri" diversi nell'arco di soli cento minuti.

In pratica è un film che non rispecchia la serie originale acquisendo per questo una vivacità apprezzabile, anche se ottenuta attraverso delle meccaniche serial style che perdono parte dell'impatto ansiogeno quando concentrate in una porzione di tempo insufficiente per un format diluito per natura.

Al di fuori dal coro – letteralmente – si tratta di un film bellino, pieno di esplosioni, corse affannate, cazzotti, umorismo da gradassi e cosce femminili multi etniche. Situazioni goliardiche, banalotte, esuberanti, che se non accontentano la frangia più estremista dei fan della serie o chi di serie ne è fan, potrebbero stimolare tutti coloro che decidessero di lasciarsi andare di fronte all'ennesimo sistema che potremo definire come fumetto cinematografico, tanto caro ai produttori più prolifici degli ultimi anni. Insomma non è "Odissea nello Spazio", non è neanche una versione concentrata di un "Lost" qualsiasi, piuttosto è l'ennesimo "Spiderman" con tutine multicolori degne di uno spot sul detersivo per bucati, teloni salvagente e forze di gravità violate. L'unico appunto realmente oggettivo che si può fare riguarda il casting, pessimo a prescindere, a partire dal Ken (di Barbie) che impersona Kirk, passando per un irriconoscibile quanto stereotipato cattivone Eric Bana, fino all'icona vulcaniana impersonata da un Zachary Quinto che – anche a causa di un ruolo similmente cupo – non è riuscito a scrollarsi di dosso il protagonista interpretato nel serial Heroes che l'ha reso famoso, mostrando un - fuoriluogo - Sylar con le orecchie a punta.

Dettagli Link Wiki

venerdì 15 maggio 2009

[Filmerrimi] Resident Evil: Degeneration

Il film racconta le vicende che intercorrono tra il secondo e il quarto capitolo della serie videoludica, (esattamente sette anni dopo Resident Evil 2) con lo scopo di fornire del materiale extra ai giocatori del RE pad in mano, piuttosto che realizzare un'opera cinematografica vera e propria. Considerando che l'appassionato ci avrà sicuramente avuto già a che fare e avrà constatato di persona gli eventuali legami con la serie, che in caso contrario l'ultima cosa che vorrebbe è leggere un consistente spoiler sui contenuti (e che a tutti gli altri non importerebbe una cippa a prescindere) di seguito sono riportate solo considerazioni legate al concetto di film in CG, piuttosto che alla sua funzione di fan service. Per maggiori dettagli click sui link a fine post.

In mezzo alle grandi rivoluzioni che hanno migliorato l'intrattenimento video, ce ne sono di minori che hanno colpito solo gli interessati di una determinata categoria, come ad esempio l'aspetto nel campo videoludico, in particolare la CG (computer grafica) dell'era Playstation. Offerta come contorno di prodotti che rispecchiavano i canoni classici del genere, forniva un interesse in grado di andare oltre la sua mera applicazione. I filmati introduttivi, gli intermezzi e i finali, nonostante fossero lontani dal concetto di gioco puro poiché espressioni passive e offrissero un contrasto troppo marcato tra l'aspetto giocato e quello raccontato, erano a tutti gli effetti parte della fruizione perché interpretavano il ruolo di premi da conquistare, scopi che nel tempo sono andati a sostituire le gratificazioni offerte da schermate statiche o le classifiche legate al punteggio, ma soprattutto erano un motivo di speranza per future applicazioni. In pratica erano la prova della possibilità di mostrare situazioni che, valicando il confine della raffigurazione simbolica, potevano conquistare i territori ancora vergini della verosimiglianza digitale interattiva.

Considerato da questo punto di vista il RE CG Movie è un viaggio onirico di dimensioni smisurate in confronto agli esempi composti da una manciata di minuti di cui si parlava, anche se purtroppo una maggiore quantità non garantisce un'altrettanta maggiore consistenza, soprattutto - e paradossalmente - quando priva delle "interruzioni" provocate dall'azione diretta del giocatore. La blanda storia contiene situazioni convenzionali al limite della sopportazione (c'è un episodio dove uno dei protagonisti racconta il salvataggio di un bambino caduto nel fiume con tanto di pathos fasullo o il marine isterico che urla mentre spara), alcune ripetitive scene d'azione (pur se tecnicamente riuscite) e poi i due protagonisti conosciuti e amati durante le traversate videoludiche leggermente distanti dalle loro origini, con un Leon dall'indole marcatamente orientale sia nei modi che nell'aspetto e una Claire svampita come non mai (caratteristica rafforzata anche dal doppiaggio italiano affidato alla hippie Phoebe di Friends).

Se è vero che il primo impatto con un'evoluzione tecnologica e la meraviglia provocata dalla sua applicazione, suscita un'emozione tanto grande quanto può apparire superficiale l'aspetto riprodotto (paperella Sony docet), lo è anche il fatto che le successive implementazioni dovranno contenere ben più di quella simbolica locomotiva che agli albori della cinematografica viaggiava spedita verso gli inermi spettatori. RE CG Movie ci ha provato ad aumentare il numero di vagoni, ma alla fine si è dimostrato essere sempre la stesso mero macchinario inserito nei suoi giochi, con in meno l'attività offerta dall'interazione diretta. Insomma Resident Evil Degeneration nel suo piccolo appare un enorme spreco di risorse, di quelle Capcom utilizzate per svilupparlo e le nostre nei venti dobloni necessari per conoscerlo. Anche se ciò non toglie che la maggior parte dei videogiocatori softcore ci avrà a che fare, in un modo o nell'altro. In fondo la sua esistenza puntava proprio a questo, a prescindere dalla qualità intrinseca o dalla consapevolezza a priori di una gracile - quanto obsoleta - consistenza.

Link: dettagli - trailer - sito ufficiale

mercoledì 25 marzo 2009

[I Bellerrimi] La luce per le falene

A differenza del critico cinematografico che basa la sua analisi considerando fattori tecnici e artistici riconosciuti a livello accademico, l'utente comune ricava l'opinione su un film controllando se a fine visione le richieste seguite alla scelta del genere (commedia per ridere, horror per paura…) hanno ottenuto una valida risposta. L'utente leggermente più evoluto, quello che ad esempio acquista riviste dedicate e conosce la maggior parte dei protagonisti, può rendere più mirata l'aspettativa legandola a questo o quell'autore di cui conosce la capacità di fornire determinate emozioni. Nel nostro caso Sunshine viene scelto dall'utente comune per l'appartenenza al genere catastrofico/spaziale e da quello più evoluto per la presenza di Danny Boyle, regista in grado di performance mediocri come The Beach o ammirevoli come il recente The Millionaire vincitore di diversi premi oscar: a prescindere dal risultato, è in grado di rendere riconoscibili i suoi lavori grazie ad una sorta di rappresentazione più credibile della norma, nonostante i temi trattati viaggino ai confini della realtà.

La storia racconta la classica escursione spaziale vissuta nell'ambiente claustrofobico dell'astronave, con i membri dell'equipaggio che partecipano allegramente al meccanismo della selezione naturale (un tempo a morire per primo era sempre il protagonista di colore, oggi la situazione è più imprevedibile). Che si tratti di una missione di soccorso, d'esplorazione o di semplice cazzeggio stellare, le difficoltà saranno abbondanti e legate alle emergenze a cui porre rimedio sistematicamente. In Sunshine la parte della spada di Damocle è interpretata in maniera convincente dal sole, mostrato in tutta la sua devastante e "oscura" presenza. Ad ogni oscillazione del filo che tiene la lama sospesa sopra i membri dell'equipaggio, si prova un soddisfacente grado di tensione presente per tutta la durata della pellicola e classico fenomeno capace d'incollare lo spettatore allo schermo, anche durante qualche episodio poco chiaro o inflazionato.

Dopo una partenza lenta quanto un veliero all'uscita dal porto, inizia la salita verso il picco emotivo con il vago sentore della presenza di una risoluzione mistica oltre alla più scontata riuscita della missione. Se si tratta di una sensazione confermata lo saprete solo vedendo il film, perché in Sunshine lo scopo della visione sta proprio nell'attesa di scorgere cosa si cela oltre la vetta, ancor prima della forma della vetta stessa.

A conti fatti le risposte che si possono ricavare dopo la visione suggeriscono che si è trattato di un viaggio gradevole anche se con più stucchevolezze del previsto. Il risultato comprende la soddisfazione per una tensione sempre alta e la perplessità scaturita da un primo tempo che promette tanto e un secondo non del tutto in grado di mantenere gli impegni. Chiudendo un occhio per volta, Sunshine è una storia a cui vale la pena partecipare.

venerdì 20 marzo 2009

[I Bellerrimi] Doppie "V" cinematografiche

Una serata passata ad oziare sul divano. Stessa fonte d'intrattenimento (la cinematografia), stesso simbolo presente nei prodotti fruiti, risultati diversi. W, un simbolo di giubilo. W, un simbolo per identificare il cesso. Di seguito un brevissimo sunto dei due viaggi.

Un film animato da esseri privi d'anima che dimostrano di averla. Un bisticcio di parole per esprimere una sintesi dell'ultimo lavoro dei geni Pixar, dove a farla da padrone è la rappresentazione del sentimento che lega gli "esseri viventi". Protagonista la versione pura e irrazionale, quella svincolata dalla riproduzione e dall'istinto di sopravvivenza, più vicina alla fonte misteriosa che crea l'esigenza di condividere la propria esistenza con qualcun altro. L'innaturalezza della solitudine da combattere con la passione reciproca scaturita da un contatto primario, da un gesto semplice quanto può esserlo una stretta di mano. Non più soli, con la certezza di non esserlo che ha bisogno di palesarsi attraverso un'azione tangibile. E poi la difficoltà di concepirla, quando oscurata dalla routine delle "direttive" imposte o autoimposte. Il risveglio, la sua accettazione e il diletto che ne consegue. Meno riuscite le parti relative alle questioni ambientali a rischio o legate alla società moderna e i suoi vizi. Troppo didattiche e forzate nella loro perfezione espositiva. Ma poco importa. Sono di contorno, servono a fornire l'impianto per inscenare la forza e la bellezza di un sentimento primario, poche volte rappresentato in modo così efficace. E se ad esserci riusciti sono degli esseri convenzionalmente privi d'anima, il risultato è ancor più encomiabile. Da vedere, almeno una volta nella vita.

Iniziare a parlarne dalla fine, dalla domanda sprezzante del protagonista che ci chiede cosa abbiamo fatto noi di altrettanto coinvolgente, rispondendogli con "una benemerita mazza… e tu non mi hai certo aiutato a farla diventare un qualcosa di diverso". Wanted: scegli il tuo destino è un genere d'intrattenimento a basso costo emotivo. Si piazza la propria persona davanti al DVD e ci si lascia attraversare dal rumoroso caos trasmesso. Dove altri sistemi d'intrattenimento come il videogioco inseguono il realismo della rappresentazione, l'attuale cinematografia d'azione punta tutto sull'esasperazione di qualsiasi elemento fisico. Così capita di assistere a proiettili che curvano la traiettoria grazie ad un particolare movimento del polso, ad auto che volano, corpi umani in grado di sopportare le più devastanti decelerazioni imposte dalla forza di gravità. Il sangue a catinelle, qualche natica femminile e l'onnipresente slow motion completano il sistema che si appresta (se già non lo fosse) a divenire uno standard a tutti gli effetti. I protagonisti di richiamo come Angelina Jolie e Morgan Freeman sono la varabile inserita qualora il budget disponibile lo permetta, per lo più figure statiche e totalmente intercambiabili con altre più o meno blasonate. La storia è ancora tutto un già visto. Il solito ragazzo sfigato, la scoperta di qualità nascoste, l'addestramento, il colpo di scena telefonato, il chiassoso finale con i fuochi artificiali esplosivi. Come capita in questa tipologia di film, nel trailer si bruciano tutte le principali scene d'azione, sminuendo l'impatto che avrebbero avuto in una prima visione complessiva, trasformando il film in un'attesa di questo o quel evento adocchiato nel corto stimolo che ci ha spinti a vederlo per intero. Wanted si acquisisce come una bustina di oleose crocchette al formaggio, così puzzone da farci chiedere – solo dopo aver dato fondo al sacchetto - cosa diavolo ci abbia spinto a mandarle giù: probabilmente il solo fatto di averle davanti ed aver assaggiato la prima. Da provare a perdere, almeno una volta nella vita.

venerdì 6 marzo 2009

[I Bellerrimi] Shoot'em Up - Spara o muori



Sono davvero tante le espressioni che si potrebbero utilizzare per introdurre questo B-movie, la maggior parte legate al concetto di similitudine, ma in grado di rendere equivoca la natura di alcune di esse perché la somiglianza è perlopiù accennata. "E' come un videogioco..." la prima e più ovvia dato il richiamo all'etichetta che identifica un importante genere videoludico e il prodotto modellato su una miriade d'insensate sparatorie, con tanta azione fine a se stessa. E' se ciò è vero, lo è in parte, quella puramente percettiva, perché in realtà sarebbe impossibile resistere per un'ora e mezza davanti ad una reboante, ma passiva messinscena videoludica.
La seconda analogia potrebbe essere legata ad un personaggio di spicco "E' come incontrare un nuovo Tarantino ed il suo tocco pulp...": un'esagerazione, anche se permette di dare l'idea della sostanza che compone il film, un mix di scene crude e bagnate di un humour in grado di far sorridere anche in situazioni che se raccontate altrove potrebbero suscitare solo ribrezzo ed imbarazzo. Una scelta riconoscibile fin dall'inizio con l'apertura che vede un neonato venire alla luce in un lurido magazzino durante un'incessante sparatoria, con tanto di bossoli che cascano sul pancione della madre e proiettile sparato per tagliar via il cordone ombelicale.
Shoot'em Up viaggia nel mezzo di molti generi e idee altrui raccogliendo di tutto un po', per poi montarlo ottenendo scene cult come quella che vede il protagonista esibirsi in caduta libera o risultati discutibili come durante la recitazione canina della collega femminile, attizzante sulla carta, ma in grado d'infastidire lo spettatore quando guaisce frasi insensate o dialettali. Forse anche il trash che scaturisce dalla sua grottesca presenza può essere considerato una scelta consapevole. Forse. Di certo c'è poco e niente. I tratti riconoscibili fanno di Shoot'em Up, a volte una sorta di Scary Movie "serio" quanto può esserlo un film di Tarantino, altre lo rendono adrenalinico quanto gli inseguimenti di Jason Bourne, spesso surreale, folle, per certi versi stomachevole e volgare, ma nel complesso (e se preso con il giusto piglio) capace di far divergere il necessario.
Per un videogiocatore si tratta di una pellicola particolare dove può trovare degli spunti non sempre positivi, ad esempio il rammarico del sapere di non poter riprodurre con gli attuali sistemi di controllo le acrobazie a cui ha assistito, o per riflettere sull'attuale situazione e decidere se l'utilizzo di un topo come "chiave" sia una soluzione che avrebbe voluto trovare nel suo passatempo preferito, anziché quella che l'ha visto armeggiare con una manovella e un buco quadrato.

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