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sabato 5 luglio 2008

Alone in the Dark: meglio soli che male accompagnati

Le fiamme e i crolli strutturali che minacciano di radere al suolo il grattacielo di Manhattan in cui la nuova avventura di Edward Carnby ha inizio sono un preoccupante messaggio di sventura; non solo entro la finzione narrativa, incentrata su un culto satanico che ha richiamato su New York forze ancestrali, ma anche, involontariamente, per il titolo stesso, franato in parte sotto il peso della sua stessa ambizione.
Fronteggiare Alone in the Dark è come trovarsi alle prese con un puzzle problematico; si intuisce un’immagine complessiva intrigante, una ricchezza di elementi che suscita aspettativa e voglia di mettersi all'opera, ma si rimane amaramente sorpresi quando le tessere si rivelano difettose e recalcitranti all'incastro, componendo un quadro un po' sconnesso. E' stato forse pagato il tentativo di unificare entro la stessa, monumentale esperienza delle formule di gioco così differenziate da richiedere singolarmente un approfondimento ed una sintonia fine che sono alla resa dei conti mancati; per usare una metafora calcistica, è come se l'allenatore si fosse buttato con ammirevoli propositi nel progetto di un calcio totale all'olandese trascurando di concentrarsi a dovere sui fondamentali.