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giovedì 10 luglio 2008

La morte di A. J. Durai [The Gambler]

Anche quella sera ero passato dal saloon di Pietro Bara. Mi ero seduto al banco e avevo chiesto un brandy. Lo bevvi a rapide sorsate. Allontanando il naso dal bicchiere per la terza volta, le mie nari furono soprese da un odore acre, che avrei riconosciuto fra mille altri. Chocobo. La mia mente scorse in rassegna i volti delle persone disposte a farsi tutte quelle miglia a dorso di pennuto; ancora prima che i cardini della porta cigolassero, sapevo di avere visite.
Non mi voltai. Il passo era lieve e cadenzato. Era una donna. “un bicchiere di porto per la signorina, sul mio conto, oste” dissi, e sempre con gli occhi sul bicchiere salutai “qual buon vento, agente Merlose”. La sentii irrigidirsi dietro di me, ma fu un attimo. Si sedette al banco alla mia sinistra. “Non abbandoni mai le formalità, eh?”
-“Sono sicuro che le ragioni della visita siano ufficiali.”
-“Ti sbagli. Sono qui per conto di un amico comune”. Se voleva soprendermi c’era riuscita. Mi voltai verso di lei.
-“il vecchio Durai non ne ha per molto.” Disse con la sua consueta freddezza.
Durai.
-“posso chiederti in prestito la cavalcatura?”
-“è esausta. Faresti meglio a partire domattina”
-“la scambierò alla stalla più vicina, lascerò detto che passi a riprenderla”
Abbassò gli occhi. “il vecchio ha fatto il tuo nome. Il dottore non crede che tu faccia in tempo”
-“Ragione in più per non perdersi in chiacchere. Pietro, riempile il calice. Ci vediamo, Merlose”

Il pennuto era molto più docile della padrona. L’andatura ondivaga della bestia cullava i miei pensieri. Non potei non ritornare con la mente ai giorni dell’università. L’esimio dottor Durai era all’epoca solo un promettente studioso. Il carattere impulsivo e iracondo contrastava con gli studi storici che aveva intrapreso. La nostra amicizia era una di quelle bizzarrie del caso; avevo preso le sue difese all’uscita di una taverna, disperdendo un manipolo di scagnozzi del clero locale che lo stava malmenando. Adesso che conosco il suo carattere posso bene immaginare che fosse stato lui ad attaccar briga, incurante della sua gracile corporatura e del soprannumero di quei bravi. Ad ogni modo lo rialzai dal selciato e gli offrii di dividere un otre di vino. Ancora dopo un’ora non si era calmato, imprecava contro gli assalitori, gridava che non gli avrebbero tappato la bocca. In seguito lo riaccompagnai a casa e venne fuori che era uno storico. Era venuto in possesso di certi cartigli di un suo antenato, un certo Orlan, arso vivo dal braccio secolare per eresia; manoscritti che a suo dire avrebbero smascherato una colossale menzogna, una stortura che per secoli era stata imbastita dal papato in congiunta con la corona, per occultare i rispettivi crimini. Ebbi dunque il privilegio di conoscere Durai proprio nei giorni in cui andava elaborando il suo monumentale studio, che tanto scalpore suscitò al momento della pubblicazione, e per il quale divenne una figura conosciuta in tutti gli ambienti accademici.
Ma la sua carriera non ne trasse alcun giovamento. La riforma morale che egli aveva vagheggiato, indagando sulla figura del santo Ajora e al tempo stesso denunciando la corruzione della chiesa, non avvenne. Coloro i cui crimini aveva denunciato erano potenti, e riuscirono ad emarginarlo. Durai sembrò non curarsene e si immerse completamente nei suoi studi. Noi ormai ci eravamo persi di vista. La steppa interruppe bruscamente la foresta e con essa il flusso dei miei ricordi. Una fioca luce filtrava dalla finestre della locanda dove avrei trascorso la notte. L’indomani mi attendeva un’altra mezza giornata di viaggio.

Infine giunsi sotto la vecchia casa, che sembrava non essere cambiata affatto. Spinsi il pesante battente. Una pioggia violenta mi frustava la schiena da stamattina, e francamente ero più ansioso di asciugarmi che non di incontrare il mio vecchio amico. La domestica che venne ad aprire era un volto a me sconosciuto. La vecchia rimbambita dovette prendermi per il garzone dell’erborista che era stato lì in mattinata. Per il padrone non c’era più nulla da fare, le aveva detto. La lasciai lì senza far cerimonie, e salii le scale che portavano alla camera da letto. Era vuota, il letto disfatto e un terribile olezzo di orina. Delle urla rimbombarono nell’anticamera – provenivano dallo studiolo.

Lo spettacolo che mi si presentò di fronte mi atterrì. Durai era lo spettro di sé stesso, smunto e scarno indossava solo un lacero lenzuolo che un tempo era stato bianco. Il vecchio sembrava indemoniato, correva da uno scaffale all’altro della sua libreria e ne rovesciava per terra i libri. Si accaniva su alcuni tomi come un ossesso, ne strappava le pagine e le lanciava per aria. Aveva la bava alla bocca. Non avevo osato addentrarmi d’un passo in quello che era stato il suo santuario – quella macabra danza mi aveva inchiodato alla porta. Infine sembrò accorgersi di me. Mi si scaraventò contro con gli occhi sbarrati. Batté i suoi magri pugni sul mio torace; era madido di sudori freddi. Urlo col poco fiato che aveva in corpo “Lo stanno rifacendo! Succede ancora!”. Non mi aveva riconosciuto: stava delirando.
Le urla fecero accorrere la domestica – insieme riuscimmo a immobilizzare Durai, il quale, come avesse esaurito d’un tratto tutte le sue forze, perse i sensi mentre lo sorreggevamo. Lo mettemmo a letto. Mentre la donna metteva sul fuoco un placebo, io lo vegliai. Era in preda a una terribile febbre, mormorava frasi apparentemente sconesse. Ripeté un paio di volte la parola “yiazmat”. Dopo neanche due ore finalmente spirò. Mi fu gentilmente offerto di coricarmi nella stanza degli ospiti per la notte. Dormii un sonno profondo.

La finestra dava a oriente e la debole luce mattutina solleticò le mie palpebre. Tornai in me, ricordai dove mi trovavo. Mi alzai. Immobile nel suo letto, Durai aveva dipinta sul volto una serenità quale mai gli avevo visto in vita. La donna doveva essere uscita, senza dubbio per chiamare il becchino. Mi diressi verso lo studio. Yiazmat. Le ultime grida dell’amico mi tormentavano. Detti una scorsa ai volumi, quei pochi rimasti sugli scaffali, e quelli squinternati che giacevano al suolo. Non avevo alcuna pretesa di sciogliere l’arcano – se Durai aveva lasciato una “rosebud” ai posteri, io non ero nella posizione di decifrarla; forse nessuno lo era. La massiccia scrivania di quercia si intravedeva da sotto la massa informe di carte accataste. Sull’angolo alla mia destra, il moccolo di una candela era colato sino al pavimento, solidificandosi in stalattiti giallognole. Il calamaio rovesciato, una chiazza d’inchiostro aveva reso illeggibili gran parte dei fogli. Mi portai dietro di essa: il cassetto era aperto. Dentro vi trovai un UMD di Final Fantasy Tactics e un appunto a matita. La scrittura di Durai si era fatta nervosa con gli anni, ma non indecifrabile:
“Sta succedendo di nuovo. Riabilitare il nome dei Beoulve non è servito, tutto è come allora. Matsuno Yasumi… passare il confine prima che le lame cremisi lo prendano…”
Era tutto. Della faccenda dei Beoulve ovviamente sapevo: di come il misconosciuto Ramza fosse stato abbandonato all’oblio della storia finché Durai non dimostrò carte alla mano quale importanza egli avesse avuto negli avvenimenti di secoli addietro; come le gerarchie ecclesiastiche avessero brigato e manipolato per sottacere la vicenda. Viceversa, il nome Matsuno Yasumi non mi diceva niente. Aprii la confezione del gioco e per scrupolo lessi in fondo al manuale, ma non vi trovai il suo nome… Chissà a cosa si riferiva il vecchio – chissà quando era iniziato il suo delirio. Una lama di luce filtrò dalla finestra e pugnalò la quercia della scrivania, il tappeto consunto e lambì la libreria. La nebbia si era diradata, era tempo di rimettersi in viaggio.

Mi richiusi il pesante portone alle spalle. La città era ancora immota. Giunto a metà strada del vialetto che portava al cancello, mi voltai verso la finestra dello studio. Cosa avevi voluto dire Durai? Chi era questo Matsuno? Un altro tizio troppo scomodo per i libri di storia? Se la milizia del cardinale era davvero sulle sue tracce, neanche tramutarsi in drago l’avrebbe salvato… Dalle mie labbra soffiò un “buona fortuna, ovunque tu sia”. Il sole era alto quando raggiunsi le stalle. Sellai il chocobo. Ci aspettava un lungo viaggio.


Questo racconto è dedicato a Hideki Kamiya,
L'ultimo dimenticato in ordine di tempo
Con immutata stima

sabato 7 giugno 2008

Guarda, un evento! [Kabuto]

E' noto ai più che non amo particolarmente Kojima e i suoi prodotti; anzi mi stanno proprio sulle balle, almeno in certi periodi.
E' forse meno noto che ho un rapporto altrettanto brutto con Milano, pur vivendo "nella sua ombra", e che adesso che non ci devo più andare per l'università, riduco i contatti al minimo indispensabile.
Dai fatti appena enunciati si può dedurre che la recente visita di Hideo Kojima alla capitale della padania sia passata in assoluto silenzio per il sottoscritto. Ma purtroppo essere videogiocatore vuol dire che Kojima non lo puoi evitare, e quindi seguendo i link del destino mi sono imbattuto in una descrizione dell'evento.
Sono abbastanza orgoglioso delle mie idee, tra cui metto a riferimento del caso anche "il protagonismo fa male al mondo del progetto", ma questa volta mi sono sentito anche fortunato.

Per la cronaca, la cosa sembra si stia risolvendo con le scuse ufficiali degli organizzatori e copia omaggio di MGS4 per tutti. Eventuali evoluzioni della vicenda qui.

sabato 15 marzo 2008

Peter Coffin's Spouter Inn [The Gambler]


Entro e mi guardo intorno. Il locale è immerso in una bolla di fumo verdastro. Le tenui luci delle lampade ad olio fanno di ogni tavolino una seduta spiritica fra fuochi fatui. Brusio da bettola in riva al molo. Gente acciaccata: guerci, pastrani zuppi d’acqua, molti sigari, barbe malfatte. Ho bisogno di qualcosa di forte, mi dirigo verso il banco, un tavolaccio di legno levigato dal passaggio dei boccali di birra. No, niente birra, uno scotch andrà bene. Il proprietario è sulla sessantina, un cespuglio di baffi erompe da sotto il suo naso a compensare la chiorba levigata almeno quanto il tavolo, e rubizza.

Questa roba almeno non l’ha annacquata, mi dico.
A che locale siamo questa notte, al terzo, quarto? Ovunque le stesse facce distrutte. Rottami di umanità allo sbando. Qua dentro, mi dico, ci devono almeno essere due o tre commodori in pensione. Riconosco il ghirigoro arancione tatuato sull’avambraccio di un uomo malfermo: di questi giorni, ovunque vai trovi dei reduci.
Mi ricordo la prima volta che misi piede in un postaccio del genere. Una bolgia terribile, avanzi di galera che palpeggiavano le “ragazze” del locale (occupazione di rango leggermente inferiore a quello della prostituta da marciapiede, credo). Un boccale di peltro mi solleticò l’orecchio sinistro e infranse la finestra alle mie spalle. Soffiò un refolo d’aria, l’unico contatto con l’ossigeno che l’affezionata clientela doveva aver avuto in settimane. A quanto ne sapevo, il cuoco non chiudeva mai. Qualcuno si era issato sull’ancora facente le veci di lampadario e dondolandosi declamava versi sconnessi. Il tutto aveva un aspetto di allegro squallore. Il bastardino pezzato accucciato sotto la tenda era l’interlocutore più serio che si potesse trovare lì dentro. Servivano solo grog. L’insegna diceva “SCUMM Bar”.
Ma tutto questo era prima di quel casino che successe con mio fratello.
Sotto la guerra di quella sbobba non se ne trovava più in giro. Il grasso da motore e la soda caustica erano troppo usati nella manutenzione dei wanzer. Come truppe speciali avremmo avuto diritto a un trattamento speciale, in realtà nessuno dei barman in tutta Huffman poteva vantare un bourbon decente. Sono contento che la guerra civile sia finita anche solo per questo motivo. Non bevevo un bourbon degno di questo nome dal 1979. Mi chiedo come se la passi il vecchio Louie DeNonno, non me l’ha mai voluto dire dove la prendeva quella roba.
Devo andarci piano, sono già al terzo bicchiere. Stimola i ricordi, e sono questi quelli che danno dipendenza. Specialmente quelli dolorosi. Se la Chere non mi avesse tirato fuori da quel buco in Kohlingen, sarei ancora là ad ubriacarmi da mattina a sera. Poi lei si è sposata. E io a maledire di aver smesso. Se ripenso a lei già al terzo significa che è roba forte.
L’astinenza non dura mai molto. Una volta a Parigi entrai in un bistrot. Mi ero ripromesso solo un caffé. Mi stavo giusto rifacendo gli occhi sulla cameriera, quando un terrorista fece saltare in aria il locale. Ho sempre pensato che ci avrei lasciato le penne in uno di questi locali, ma non in quel modo. Rimasi miracolosamente illeso, ma mi ci volle un’intera bottiglia di brandy per far passare la strizza. Dannati templari.
Della cara vecchia Europa ne avevo le tasche piene – decisi che un cambio d’aria era quel che ci voleva. Dopo l’incidente a Chernoton finii col rimediare uno scherzo di lavoro a Neo Kobe. Anche lì c’era un localino niente male, l’Outer Heaven. Le spogliarelliste ci davano dentro. In giro a poco ricominciai.
Il frastuono mi distoglie dalla nebbia dei miei pensieri. Al tavolino presso l’entrata è iniziata una zuffa. I Confratelli dell’Aureola se la pigliano coi seguaci di Mezzavita o una cosa così. Mi sa che mi ero sbagliato, non c’è verso di farsi un bicchierino in pace qui. Tiro fuori la cipolla dalla tasca: già le due di notte. Forse quel tizio col sax mi ha fregato, non ha intenzione di farsi vedere.
Faccio per tirar fuori una moneta, ma il peperone baffuto mi trattiene la mano. “Oh, non si preoccupi, hanno già pagato per lei.”
-“Scusi?”
-“all’inizio non l’avevo riconosciuta, ma lei dev’essere quel Peepwood.”
-“Gabbiani”
-“Come vuole, Mister Thriftweed. I suoi amici la aspettano sul retro.”

Mi conduce a una porticina dietro il banco. Una scricchiolante scaletta a chiocciola porta all’ammezzato. Qui l’atmosfera è diversa. I divani in velluto, il tavolo da gioco, il biliardo nell’angolo… Tutto ha vago sapore vittoriano con accenti di liberty. I gentlemen fumano pipe di schiuma. Pian piano li riconosco. Non saprei dire i loro nomi, ma è immediatamente chiaro che ci siamo incrociati più volte. Al Whitecap certo, all’Outer Heaven, alla taverna di Mos Eisley… Diamine, non sono tipi da Coffee Bean ma non mi sorprenderei che qualcuno bazzicasse persino lo SCUMM.
Mi trovo un tavolo e mi siedo. Di scimmie e metronomi, fortunatamente neanche l’ombra. Dopotutto, qui non si deve star male.