mercoledì 1 agosto 2007

Stand By Me

La casa della paura contiene delle stanze con un soffitto molto basso

Quarta copertina: trama
Provincia italiana del secolo scorso, quella raccontata da Pezzali e Ligabue dove tutto il mondo è Paese e tutti i paesi fanno provincia. Estate calda, primo pomeriggio. Strade deserte e asfalto rovente. Cicale che fanno da colonna sonora allo scazzo di due adolescenti prigionieri nella campagna del circondario perché senza miscela sufficente a raggiungere il mare con un cinquantino truccato che ingolla carburante al pari di una Ferrari Testarossa.

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x.x perché non andiamo alla grotta di ***
+.+ hanno sistemato la catena del cancello, ora non si può più allargare e non si entra
x.x c’è un altro ingresso, un buco che ho trovato da poco
+.+ …boh e poi cosa ci andiamo a fare?
x.x prendiamo un pippistrello e lunedì lo liberiamo in classe... sai che casino ahahhah... dai sali!
In sella al ciclomotore in viaggio per delle strade sterrate dove la polvere s’incolla ai corpi sudati e carichi di eccitazione per un “ignoto” oscuro per definizione.
x.x Vedi – indicando la scarpata - dobbiamo scendere fino a quella sporgenza
+.+ Cazzo… mi sembra troppo lontano, saranno sette metri minimo
x.x Nessuna risposta: inizia la discesa. Mano – piede - mano, di sporgenza in sporgenza fino alla piattaforma osservata dall'alto
+.+ Almeno hai portato la pila?
La debole luce giallastra illumina uno spazio angusto all’interno della roccia, una sorta di piccolo anfratto che risale verso l’alto perdendosi al di là del cono luminoso.
x.x da qui non si vede, ma sono sicuro che arriva fin dentro la grotta
+.+ Sembra molto stretto…
Iniziano a strisciare all’interno. Chini, poi in ginocchio, passo del leopardo.
Un metro abbondante in cui muoversi. Ottanta centimetri. Sessanta: ventre e schiena iniziano a strusciare pesantemente nelle pareti del cunicolo. Inspirazione, espirazione, la difficoltà aumenta. Primi accenni di una claustrofobia di cui s’ignora il significato e l’esistenza, nonostante si avverta in tutta la sua devastante portata. Inspirazione, espirazione, altro piccolo – simbolico - passo in avanti. S’intravede l’uscita che si apre proprio all’interno della grotta. Inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione… stop.
x.x non riesce a proseguire è bloccato. Strattone in avanti e indietro. Niente, nessun effetto. È certamente incastrato. Il sudore che cola copioso a causa dell’alta temperatura ambientale e dello spazio angusto, improvvisamente si trasforma in un liquido eccessivamente refrigerante capace d’incrementare a dismisura i brividi di panico che rizzando la pelle di braccia e nuca. Venti metri all’interno di un buco nella roccia, una fessura obliqua che immobilizza un corpo umano: sepolto vivo.


Pausa ll
Niente marines, niente mondi medioevali con i suoi draghi&cavalieri, niente demoni. O almeno niente di “dannato” che abbia un volto e uno scopo che sia intenzionato in modo consapevole a compiere delle malvagità nei confronti dei due malcapitati. C’è solo la pericolosa realtà, la fisicità di una massa e uno spazio troppo angusto perché possa digerirla: in pratica un ambiente semplicemente ostile.
Si può cercare la paura nella realtà? Nella semplice vulnerabilità? Nella debolezza umana figlia dell”ignoranza” che alimenta in modo pressoché infinito l’intelletto invitato a risolvere le situazioni? Si dice che il bisogno aguzzi l’ingegno: ma è la forma che cerca il modo per far scoppiare le viscere di un mostro con spire e fauci a riuscire ad innescarla per davvero? Che regala quel sospiro di sollievo e allo stesso tempo gratifica l’animo per la soluzione cercata, trovata e raggiunta che insomma salva le chiappe da un pericolo banalmente reale?

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+.+ Cazzo! Aspetta che faccio luce... **** aspetta ho detto… devo vedere come sei messo... Ascolta… stai calmo… cerco di andare più avanti. Mi sembra che da questa parte sia più largo. Non manca molto. Magari arrivo dentro e da lì cerco di tirarti su …
x.x … uhmphfr … …
+.+ Come? Ma no, cazzo…. Non ti posso tirare da dietro, non riesco a piegare i gomiti, non so dove far presa, non riesco neanche a piegare le ginocchia… ho detto di aspettare: provo ad andare avanti. Ecco sono arrivato dentro… sono riuscito a passare… merda, ma non si vede un cazzo…
+.+ si sdraia in direzione dell’amico e gli afferra un polso – ti ho preso… asp che provo a muoverti… non respirare… lascia andare l’aria e cerca di spostarti a sinistra dove sono passato io… no, no in su no. Prova a spingere con la punta dei piedi… verso sinistra… a sinistra… ecco dai, dai cazzo… ti stai muovendo… spostati… ecco dai, ora vieni verso di me…
x.x … … – ansima - torno indietro!
+.+ ma no, magari così t’incastri ancora
x.x non replica. Si muove a ritroso e fuoriesce da dove erano entrati con una rapidità degna di un'anguilla che ha imparato a nuotare in retromarcia
+.+ ehi, ma porc… si sta scaricando la pila… e io ora come cazzo esco, non si vede niente
x.x grida da fuori - CERCA DI ARRIVARE AL CANCELLO… VADO A CHiamare aiuto

+.+ ma nooo! Magari ci provo lo stesso (merda, questa volta mio padre mi ammazza… )

Rewind<<
L’episodio è tratto da una storia vera e chi scrive sente molto vicina perché vissuta sulla propria pelle (+.+) L’idea di vederla riprodotta in digitale mi sembra un fatto plausibile, compresa la possibilità che funzioni. Ma: c’è sempre un “ma” in questo genere di discorsi. Il giornalista Sean Malstrom recentemente ha detto* "(…) Egli penserà che la sua opera sia bella perché lui si sentiva così. Ma i propri sentimenti non sempre combaciano con quelli del pubblico"
Le domande si moltiplicano e si accavallano: bisogna aver già provato nella realtà determinate situazioni affinché siano coinvolgenti anche nelle loro riproduzioni digitali. Insomma bisogna aver fatto la guerra per capire e “godere” un episodio bellico simulato? Però se si è andati in guerra, si avrebbe davvero voglia di ripetere l’esperienza attraverso una simulazione fittizia? E poi la banalità di semplici ambienti avversi e il relativo pericolo che può scaturire dall’attraversarli, può essere rappresentato in digitale mantenendo intatta la fonte originale delle sensazioni? Siamo sicuri che con l'attuale tecnologia sia ancora necessario legare dei morsetti elettrici ai gioielli di famiglia per provare una reale sensazione di rischio nei confronti del proprio avatar che vive e sperimenta l’ambiente circostante? È plausibile pensare di tenere anche per due giorni un PG “incastrato” in una situazione ambientale avversa con in più il rischio di vederlo morire definitivamente. Un Sims, GTA, sandbox cittadino, montanaro, oceanico può contenere abbastanza "dramma" per divenire un gameplay giocabile e attraente?

\\ eject
*parlava nel suo blog di Too Human: citazione letta su GPro 16
** l'immagine del post è rappresentativa presa da google: la fonte reale purtroppo l'ho persa
, appena la ripesco edito
*** il titolo del post è una citazione del film tratto da un'opera di Steven King
**** per la cronaca sono bastate un paio di trochesi per tagliare la catena che teneva chiuso il cancello: il resto è storia, sollievo e del normale rossore d'imbarazzo e di chiappe violate xD
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