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lunedì 9 novembre 2009

[I Mediocrerrimi] Jack Black il cavernicolo

Anche al cinema come nel videoludo ci si imbatte spesso e volentieri in cocenti delusioni. Non basta mettere insieme il meglio di un determinato campo per ottenere automaticamente un risultato degno dei protagonisti coinvolti. È il caso di Year One (Anno Uno in Italia). Si tratta di una commedia interpretata da Jack Black e il giovine Michael Cera, diretta da Harold Ramis (sceneggiatore di Ghostbusters, Ricomincio da capo con il “nostro” Bill Murray) . Il film racconta le vicissitudini di due cavernicoli che dopo essere stati cacciati dal loro villaggio, iniziano un viaggio alla scoperta del mondo preistorico. Incontreranno personaggi della bibbia come Caino il malefico e Abramo il cacciatore di prepuzi; combatteranno contro assurdità religiose sentite come tali anche alle origini e lo faranno cercando di far sorridere lo spettatore con un umorismo goliardico. Alcune gag funzionano (vedi trailer, stanno tutte lì), altre - la maggior parte purtroppo - vanno dall’imbarazzante al pessimo. Considerando i personaggi coinvolti, la sceneggiatura e lo sforzo di produzione che s’intravede dietro scenografie e cammei, il risultato avrebbe dovuto brillare, come minimo. In realtà appare tutto piuttosto forzato, papere – cartina tornasole - nei titoli di coda comprese. Jack Black tenta con tutto se stesso di apparire spiritoso, in parte ci riesce, in parte le sue caricature appaiono fuori contesto oltre che abusate. Fra una castroneria e l’altra prova persino a trasmettere un messaggio di ribellione dalle convenzioni, ma anche in questo caso il risultato è blando oltre che inviato con una demagogia che non gli si addice.
Nel complesso il film somiglia – con accezione negativa - a un cinepanettone italiano con un Boldi De Sica, a cui sembra “copiare” in toto lo schema a episodi e persino alcune trovate disgustose. Peccato, davvero. I fan di Black, di Ramis o della semplice commedia aMMeriKana, avrebbero meritato di più, molto di più. Non è un film sconsigliato a priori, ma da vedere solo se capita l’occasione.

lunedì 6 aprile 2009

[I Mediocrerrimi] Fantastiche idee sprecate

Molti film si basano su concetti avvincenti che una volta inseriti all'interno di una storia maldestra perdono parte della loro attrattiva.

Prendiamo il teletrasporto. Dai tempi di Star Trek il sogno di spostare la propria massa corporea attraverso grandi spazi senza compiere materialmente il viaggio, è una delle azioni impossibili più gettonate (eccezion fatta per gli spettatori traumatizzati da La Mosca). Jumper la racconta attraverso gli occhi di un abitante dei giorni nostri e lo fa nella maniera più ovvia mostrando gli spostamenti del protagonista da una parte all'altra del globo. Se ne ricava un susseguirsi di ambientazioni che nell'insieme possono dar vita ad una puntata di un documentario geografico piuttosto che ad un sogno fantastico da condividere. Certo, poi si tenta di vivacizzare il solo andare con la minaccia di una setta che vuole uccidere gli uomini superdotati ma, di fatto, sembra più un'aggiunta forzata che una parte in grado di reggere una storia, anche se non facile da mettere insieme: insomma cosa mai si potrà raccontare di un tizio anonimo che può fare Roma - Tokyo in mezzo secondo? Si tratta di un vantaggio al pari di quello avuto da un automobilista in un mondo di umani incapaci di guidare: può andare più veloce e arrivare prima degli altri, ma prima per far che? L'azione ha bisogno di un contesto e nel caso di Jumper, molto più forte del giovine annoiato che scorrazza tra un bar del Cairo e un albergo di Parigi. Ci sono migliaia di esempi legati ai superpoteri e pochi si sono limitati a mostrare il personaggio che aveva come unico scopo quello di farsi una caterva di cazzi suoi.

Al contrario il film con Nicholas Cage Next prova a dare un senso al potere del protagonista. Lo inserisce in una situazione abusata come la lotta al terrorismo, va incontro a diverse incongruenze e forzature, però almeno ci prova. Il potere da utilizzare è una preveggenza particolare molto familiare ai videogiocatori. In pratica una sorta di trial-and-error in cui si ha la possibilità di sapere cosa accadrà nei due minuti successivi, con le informazioni limitate alla propria persona e ai fatti che la riguardano. Scoprire in anticipo che da lì a poco ci arriverà una pallottola dritta nel petto permette di evitarla: si "muore" e si ripete la scena, mostrata letteralmente tale perché per lo spettatore non esiste altro modo di riceverla. Il film se la gioca tutta sulle visioni, sulla riproduzione delle stesse nella realtà e sui mutamenti causati dal conoscerla in anticipo. Il risultato non è splendido come ci si aspetterebbe, però neanche tanto male. Alla fine il tutto si riduce ad un puro intrattenimento a cervello spento, inferiore a serie tv come Dead Zone che ha fatto della chiaroveggenza la sua linfa vitale per ottanta episodi/storie in cinque anni.

Due esempi tra i tanti (prima o poi da citare singolarmente) che mandano in malora concetti affascinanti. Dopo la visione di un film del genere allo spettatore non resta che prendere il sovrannaturale che ha visto rappresentato, immaginarlo sulla propria persona e costruirci la storia che non è riuscita a raccontargli la pellicola. Potrà sognare di viaggiare attraverso la materia, prevedere cosa gli accadrà nei prossimi due minuti di vita e mettere in moto la fantasia ottenendo dei risultati sicuramente migliori (oltre a risparmiare i soldi per DVD simili).

lunedì 7 luglio 2008

[I brutterrimi] 30 giorni di buio

30 giorni di buio, basato sulla graphic novel di Steve Niles, è un horror così malriuscito e inspido che al termine della visione quasi si fa fatica a crederlo; ci si chiede piuttosto come ad un Sam Raimi a caso sia venuta voglia di produrlo.
Da dove cominciare? Probabilmente dai dialoghi, così piatti e stereotipati da non riuscire a lasciare il segno nemmeno in una singola battuta. Presagio del cattivo di turno: "loro stanno arrivando, vi uccideranno tutti". Risposta del protagonista: "chi sono loro?". Sembra il frutto della scrittura di un adolescente che dopo l'ennesimo film di paura si cimenti in una emulazione ingenua dei caratteri topici.
Con così poco di interessante da dire, era impossibile che a livello interpretazione le cose si mettessero meglio; facce spaurite e un sacco di espirazioni trafelate accumunano nella prevedibilità tanto le figure principali (vedi Josh Hartnett nella parte dello sceriffo-troppo-giovane-per-avere-la-giusta-credibilità) quanto i comprimari, senza che emerga un episodico guizzo di personalità.
Arriviamo ai mostri; difficile ricordarsi di vampiri meno motivati, carismatici e disturbanti di questi. Non sono certo bastati un incarnato pallido, denti aguzzi e muso perennemente imbrattato di sangue a compensare la vacuità di simili, poco inquietanti presenze, dalle facce ottuse e la tendenza gratuita al digrignamento delle fauci in favore di camera. Cosa siano andate a farci poi delle creature perennemente assetate in una comunità artica di un centinaio di anime è un mistero che gli autori della pellicola si sono guardati bene di spiegare e constestualizzare in maniera esauriente, con buona pace del fumetto d'origine.
Litri di plasma, decapitazioni e sbudellamenti assortiti sono all'ordine del giorno, mostrati con dovizia di particolari, ma l'atmosfera, la tensione emotiva, la coerenza e l'empatia nei confronti delle vittime sono così latitanti che l'effetto finale è pressochè da sbadiglio; mancano del tutto quei giochi di luce ed ombra che normalmente hanno la bontà di generare ansia nel loro celare parzialmente gli eventi.
Rimane la regia, arrancante, lenta e monotona nei momenti di stasi per poi diventare frenetica fino all'irritante nelle scene d'azione, spesso realizzate in una sorta di fast-forward dalla dubbia efficacia. La cosa più impressionante in negativo è che l'idea di un interminabile mese passato tra stenti, gelo e terrore in un paesino infestato da abomini non è stata affatto restituita; il montaggio trasmette la sensazione che, in contrasto con l'eccessiva durata del film, siano passate al massimo alcune ore tra l'inizio e la conclusione della vicenda (dal tramonto all'alba, per così dire), con il risultato di un classico fattore survival andato a farsi benedire - se l'artificio fosse voluto, non se ne colgono comunque i frutti.
30 giorni di buio non riesce mai a conquistarsi un perchè; psicologico, sottile, perverso, malato, opprimente, immaginifico, ricercato, alternativo, trash, divertito, decerebrato, dirompente, spettacolare: scegliete voi quale aggettivo riesca meglio a non qualificarlo affatto.