Se nei videogiochi sono già le normali tematiche riguardanti il sesso ad essere considerate un tabù (almeno nelle produzioni occidentali), possiamo immaginare quanta avversione possa esserci per le sue tante variabili come ad esempio un tema incentrato sull’erotismo maschile. Eppure, nonostante ciò che si pensi sull’omologazione dei generi e sul fatto che crea prodotti sempre uguali a se stessi, per ogni lago di sangue c’è una piscina ricolma di dolciumi, così come per ogni ragazza prosperosa di un Dead or Alive ci sono dei muscolosi omaccioni di un Cho Aniki. La serie giapponese, ovviamente mai uscita dalla terra del Sol Levante, ha attraversato diverse ere videoludiche e diverse console, dal Super Nes alla PS2 passando per la prima Playstation. L’approccio all’argomento è demenziale e in questo caso il gaYplay va dal picchiaTutto a scorrimento al piacchiaduro ad incontri con quella definizione di genere che mai come in questo caso si presta ad interpretazioni equivoche. Diciamo subito che l’impostazione è demenziale e non presenta niente di realmente esplicito mostrando il tutto attraverso delle macchiette gay tanto “ghei” da generare un senso di avversione persino negli stessi utenti interessati al genere. Omoni muscolosi che si abbracciano amorevolmente, che non perdono occasione di sculettare, che si presentano sul campo di battaglia dentro una vasca da bagno o si esibiscono in manifestazioni corporali del tutto equivoche ci danno la possibilità di definire e riconoscere l’esistenza di un genere di videogioco dove il termine “gaio” può essere utilizzato a trecentosessanta gradi. Il bello dei videogiochi si trova anche nella “diversificazione” dei suoi prodotti e ogni occasione è buona per ricordarlo, anche quando a farla da padrone è l’idea bizzarra in se piuttosto che una buona riuscita della stessa.La pagina su wikipedia e relativi link